Amodei contro l’open source, come Gates contro Linux. Mi sembra un errore
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Settimana in cui parto da una frase che mi ha fatto drizzare i peli: Dario Amodei che dichiara che i modelli open source sono pericolosi e vanno limitati o bloccati. Chi mi segue da un po’ sa quanto l’open source conti per me, e nel deep dive spiego perché resto basito, deluso e preoccupato: la mossa mi ricorda Bill Gates che, alla fine degli anni Novanta, diceva che Linux era un sistema pericoloso. La mia tesi, da cittadino europeo, è che non vedo alternative agli open weight, e che il nostro contributo viaggia su due strade: l’inferenza locale, come fa antirez con DS4, e l’ottimizzazione degli harness e del software di contorno, che è dove mi sto giocando tutto, con GLM, Ollama e OpenRouter, e che mi riporta al vecchio chiodo fisso dei modelli multipli. Tanto che sul podcast ho tagliato il 90% del mio abbonamento Anthropic. Nella sezione link trovate i temi di contorno: Fable 5 che torna dopo gli export control, il nuovo Sonnet 5, Nano Banana 2 Lite e gli interaction model di Thinking Machines, il drug discovery di Anthropic e DSpark di DeepSeek. Buona lettura.
La mia agenda
Sabato è uscito “La politica USA su AI e open source mi fa drizzare i peli”: ho tagliato il 90% del mio abbonamento Anthropic dopo la mossa su Fable e le parole di Dario Amodei. Ascolta
I nostri progetti Lince.sh e AntiVocale (Google Play, GitHub), ormai li conoscete bene. Date un’occhiata anche ad Agent ready skills di cui ho parlato il 24 giugno ad AIConf.
Stiamo pensando di fare delle live su YouTube e X, brevi, una volta a settimana, all’ora di pranzo o lì attorno, per raccontarvi e farvi vedere cose pratiche sui nostri progetti, sugli agenti personali e su usi diversi dell’AI.
Da solo:
Finalmente un periodo tranquillo per le mie uscite pubbliche. In fondo è arrivata l’estate, ma stiamo già lavorando a settembre.
Appena escono i video delle conferenze degli scorsi mesi ve li segnalo, perché vorrei vostro feedback.
Open source come pericolo? La tesi di Amodei, e perché non la condivido
Chi mi segue sul podcast sa che l’ho già affrontato anche lì, ma davvero non posso non aprire questa edizione dalle parole di Dario Amodei, che ha dichiarato che i modelli open source sono pericolosi, non possono essere lasciati liberi e vanno limitati o bloccati. Chi mi conosce, di persona o perché mi segue da un po’, sa quanto l’open source sia importante per me. E benché veda i problemi e le pericolosità di dare una tecnologia così potente in mano a tutti senza regolamentazione, non posso che restare basito, deluso e preoccupato da chi vuole mettere un limite all’open source.
L’ho detto in podcast e lo ripeto qui: questa affermazione mi ricorda in modo impressionante Bill Gates che, alla fine degli anni Novanta, diceva che Linux era un sistema pericoloso per la sicurezza informatica e la sicurezza in generale.
Capisco anche quando Amodei osserva che i modelli open weight sono solo parzialmente una versione open source, perché non ci dicono tutto dei modelli. Ma è meglio sapere qualcosa e poter controllare qualcosa, piuttosto che avere a che fare con la scatola nera dei modelli completamente closed source come quelli di Anthropic.
Se a questo aggiungiamo la politica americana, sempre più invadente e predominante nella scelta di quali modelli possano essere “esportati”, per usare le loro parole, quindi utilizzabili al di fuori dei cittadini statunitensi, credo sia doveroso, da cittadino europeo, cominciare a pensare a come l’Europa e il resto del mondo possano tutelarsi. Non vedo alternative, da questo punto di vista, all’uso di modelli open weight. E credo sia importante che ricercatori e sviluppatori europei si chiedano che contributo possono dare al mondo open source.
È difficile, oggi, dare un contributo nella generazione di nuovi modelli: serve capitale e una pianificazione di lungo periodo in cui l’Europa, purtroppo, è molto indietro, ad eccezione forse di Mistral, che comunque resta decisamente più indietro dei modelli cinesi.
Le strade possibili, quindi, pur usando modelli di stampo cinese, sono due. La prima è quella che sta facendo antirez, e altri con lui: ottimizzare l’inferenza locale. Il suo progetto DS4 è molto promettente e sta diventando famoso nella comunità di chi vuole fare inferenza locale, ma richiede un hardware che non tutti hanno.
C’è poi un secondo contributo possibile: ottimizzare gli harness e tutto il software di contorno a questi modelli, usandoli però in inferenza remota. Oggi mi sto affidando a GLM e a Ollama in cloud, oltre che a OpenRouter. GLM è un modello estremamente potente, e probabilmente quello tra gli open weight che, sul coding, più si avvicina alle prestazioni dei modelli closed source come Anthropic e OpenAI; come early adopter ho un invito con sconto per provarlo. Ollama e OpenRouter, d’altro canto, ti lasciano usare e provare tanti modelli diversi.
Perché poter usare modelli diversi è importante? Chi ha letto la newsletter della settimana scorsa sa che ho parlato di usare modelli multipli per ottenere risultati simili o migliori dei monolitici più grandi. È un’idea che mi affascina dai tempi del PoC wise-agents, e che oggi ritrovo in progetti come Fugu di Sakana o Mixture of Agents (MoA) di Hermes.
Nelle prossime settimane e mesi dedicherò molta della mia esperienza a capire se e quanto mischiare più modelli possa essere una strada percorribile a livello ingegneristico. Da me, come al solito, saprete tutto: ne parlerò qui e pubblicherò open source il software che produrrò.
I link che mi hanno colpito questa settimana
Redeploying Fable 5
È il collegamento più diretto col deep dive di oggi. Fable era stato interdetto proprio dalla politica di export control che citavo, e ora torna, con un classificatore di sicurezza aggiornato e un framework condiviso con Amazon, Microsoft e Google per classificare la gravità dei jailbreak. Bene che l’accesso sia rientrato. La lezione, però, resta: se un modello può sparire per decisione politica, la polizza open weight non è un’opzione, è una necessità.
Claude Sonnet 5
Sonnet 5 chiude il gap con Opus 4.8 a prezzi molto più bassi, e si sente. La famiglia Sonnet ha aperto l’era agentica, e questa versione fa un salto netto su planning, tool use e coding. Lo uso ogni giorno, e come modello è ottimo. Mi resta il dubbio del deep dive: è una scatola nera chiusa, e questo limita quanto posso costruirci sopra in modo davvero mio.
Nano Banana 2 Lite
Google spinge sull’acceleratore della generazione multimediale a basso costo: Nano Banana 2 Lite genera immagini in pochi secondi a pochissimi centesimi, e Omni Flash porta l’editing video conversazionale a prezzi accessibili. Il tema per me è un altro: quando i componenti diventano così economici e veloci, ha sempre più senso comporre pipeline multi modello, il filone di cui parlavo nel deep dive e a cui dedicherò le prossime settimane.
Inside Thinking Machines’ Interaction Models
Questo lo trovo proprio affascinante, e attacca a due temi miei. Lo schema a due modelli, uno veloce per la conversazione e uno lento per il reasoning, è il pattern fast path e slow path di cui parlavo. E poi spostano l’interattività dentro il modello invece di appiccicarla fuori con un harness di componenti piccoli. È una direzione che si allinea a dove penso stia andando l’agentico.
Anthropic lancia il programma AI di drug discovery
Anthropic entra nella scoperta di farmaci, e lo fa concentrandosi su malattie neglette che il mercato ignora. Come storia fa simpatia. E rientra in un filone che mi convince: la ricerca scientifica è terreno fertile per gli agenti, perché una molecola o funziona o non funziona, ed è dove i risultati sono verificabili che l’AI dà il meglio. L’ironia, dopo il deep dive, è che è proprio Anthropic, la scatola nera per eccellenza.
DeepSeek open source DSpark
Chiudo con un link che parla dritto al deep dive. DSpark è speculative decoding open source di DeepSeek, e accelera l’inferenza fino all’85% senza cambiare l’output del modello. È esattamente il tipo di contributo di cui parlavo: non generare nuovi modelli, ma ottimizzare il software di contorno, gli harness, l’inferenza. Che venga da DeepSeek, e in open source, rafforza il punto: l’ecosistema aperto sta lavorando proprio sui pezzi che contano.


